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LE STRADE DI AKEM
di Lauretta Colonnelli
Il fascino delle strade di Akem è che basta guardarle per sentirsi in viaggio. Strade che corrono verso orizzonti lontani. Fiumi d’asfalto che attraversano paesaggi piatti e puntano dritti verso l’infinito fino a farsi inghiottire dalla linea indistinta che segna il confine tra le grigie pianure e i cieli, anch’essi grigi, oppure bianchi di un bianco fuligginoso, opaco e soffice.
È questa linea ad attrarre ipnoticamente lo spettatore con la promessa di infiniti orizzonti. Akem condensa in questa linea tutta la suggestione del viaggio. È un confine che rimanda alla siepe leopardiana, allo specchio di Alice, ai limiti estremi del mare di Ulisse. Oltre, ci sono mondi nuovi da esplorare. Oppure semplicemente la replica senza fine dello stesso mondo travolto dalle lunghe strade, con i guarde-rail che sfrecciano ai lati, con i cieli immensi, le terre disabitate. Inquietanti e al tempo stesso irresistibili.
La strada è la protagonista dei quadri di Akem. Sulla strada corrono i camion, le automobili, gli autobus. Dentro i mezzi di trasporto non si intravedono persone. Nessuna figura umana intralcia questa visione di asfalto e di macchine. I passeggeri, se ci sono, non si vedono. I finestrini sono ciechi occhi di vetro scuro. Eppure è come se il quadro nascesse dallo sguardo di un passeggero. Solo chi ha macinato chilometri e chilometri a velocità pazzesca conserva dentro di sé quei paesaggi in fuga, dove gli alberi non si distinguono più con i loro rami tronchi foglie, ma come lunghe pennellate di verde o antracite sulle quali spiccano i pali della segnaletica, le casematte delle pompe di carburante, i cartelloni della pubblicità.
Akem ha cominciato a dipingere strade cinque anni fa. All’inizio tracciava con mano incerta tronconi di strade ben dilimitati. Strade quasi timide. Poi, come il conducente che ha preso dimestichezza con il volante e si fa travolgere dall’ebbrezza della velocità, Akem si è fatto conquistare dalla vertigine delle grandi arterie autostradali, riprese in prospettive da capogiro, capaci di risucchiare lo spettatore verso il centro del quadro, verso quel nulla dove la strada si tuffa, perdendosi.
Il centro dove la strada scompare non sempre corriponde al centro della tela. Akem usa prospettive deviate. Spesso la strada occupa il primo piano del quadro con una curva larghissima e poi svanisce di lato, lasciando la campagna ad occupare il resto dello spazio. Una campagna vista sempre a volo d’uccello, come dalla piattaforma di un camion, con terre brune che ondeggiano in lievi depressioni dove ristagnano le acque e cieli sconfinati, monotonia del grigiazzurro resa profonda da nubi a cumuli.
Akem sostiene che dipingere la strada è per lui una necessità. «Mi concentro moltissimo su quello che vedo e siccome passo gran parte della mia giornata in macchina ricevo sulla strada le emozioni più forti». Dalla strada Akem ha preso anche il nome. Akem non esiste sulla carta di identità di questo artista di 31 anni. È un nome d’arte, di quelli che si inventano i writer, i pittori della Street Art. Nomi come Bol, Mambo, Joys, Kay One, Ozmo. Nati dal movimento circolare delle bombolette spray sui muri delle città. Akem però ha abbandonato i colori brillanti dei writer. La sua tavolozza declina tutte le tonalità del grigio, del blu, del bianco. Dalla Street Art Akem si è portato dietro l’intuizione dello spazio. Nelle sue tele le strade diventano architetture monumentali, con atmosfere che ricordano quelle di Edward Hopper. Con lo stesso silenzio, come se le macchine fossero senza motore, le luci fredde, il senso di solitudine.
A farglielo notare, Akem comincia a raccontare dell’America. Delle vacanze trascorse da bambino e da adolescente negli States. «Mia madre, che lavora in una grande compagnia aerea, d’estate si portava dietro tutta la famiglia oltreoceano. Per anni abbiamo percorso in lungo e in largo gli Stati Uniti da costa a costa, da nord a sud e viceversa, in auto, in camper, in pullman. Per me sono state vacanze trascorse a guardare fuori dal finestrino. Mi impressionavano i colori, la luce diversa. Forse quei colori e quella luce mi sono rimasti dentro e ora li riverso nei quadri»
Però, mentre Hopper dipinge le vie che si incrociano all’interno delle città, Akem sceglie gli spazi aperti fuori dagli agglomerati urbani. Guardandoli affiorano alla mente le parole di quello che nel Novecento è stato il mitico cantore della strada, Jack Kerouac: «Tornammo sulla strada grigia. Eccola là davanti a noi, SHELTON, la scritta sul serbatoio. Il treno della linea Rock Island ci sfrecciò davanti. Vedemmo le facce dei passeggeri nei vagoni di lusso scivolare lontano indistinte. Il treno corse via ululando attraverso le pianure nella direzione dei nostri desideri. Si mise a piovere forte».
Piove anche nelle tele più recenti di Akem. E allora il grigio si fa più profondo, si illumina di riflessi. Il viaggio sembra non finire mai. «Ho scelto la strada - dice Akem - anche perché permette infinite variazioni di colore e ti fa entrare direttamente nel quadro». Dice anche: «Tutto quello che è venuto dopo gli Impressionisti è informale, scomposizione del colore. Ora si tratta di rimettere insieme i pezzi cromatici e di trovare nuove soluzioni».
Da qualche tempo i suoi quadri si sono fermati all’Eur, Roma. Forse per una sosta. Akem è ora attratto dai cavalcavia, dai palazzi che gli architetti del fascismo copiarono direttamente dai quadri metafisici di Giorgio De Chirico, dai prati perfettamente rasati e deserti. Dipinge a pennellate larghe e ininterrotte. Studia, ricerca, sperimenta. |